Cosa comprare a Siena

Castello di Bossi - Il Chianti Classico

La cantina del Castello di Bossi rappresenta la perfetta la perfetta fusione tra innovazione e tradizione. Si compone di sei ambienti spaziosi e termicamente isolati l'uno dall'altro con una superficie complessiva di 3500mq. Costruita per due lati sottoterra, rimane quasi invisibile nonostante le dimensioni e ospita il meglio della tecnologia moderna.
Le fermentazioni alcoliche dei mosti vengono svolte nella sala dove trovano collocazione i nuovi tini d'acciaio, dotati di sistemi per il controllo della temperatura.
I rimontaggi avvengono automaticamente mediante la programmazione di timer, e la rottura del cappello durante la fermentazione alcolica avviene per gravità, mediante l'uso incrociato di piastre e catene all'interno del tino.Dopo aver portato a termine la fermentazione alcolica la massa del vino che sarà destinata all'imbottigliamento con l'etichetta del Chianti classico di annata svolge la fermentazione malolattica in tino d'acciaio ,mentre la riserva Berardo, il Corbaia e il Girolamo, terminate le macerazioni, che durano non meno di 20, 22 giorni, vanno ancora "sporchi" direttamente in barile, dove svolgeranno l'acido malico e inizieranno la lunga maturazione nella barriccaia che ospita più di mille barili di legno francese delle foreste di Allier , tostati a bassa temperatura .Le permanenze dei vini nei barili menzionati variano a seconda delle tipologie: il Chianti Classico d'annata riposa per 10, 12 mesi, il Berardo 15 mesi, per il Corbaia e il Girolamo il tempo di maturazione si protrae per almeno due anni. Dopo il lungo riposo nel legno i vini imbottigliati si affinano in locale coibentato con la temperatura compresa fra i13 e 18 gradi per un periodo che varia dai 12 mesi a due anni.  
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Nannini - Ricciarelli e altri dolci meno “nobili”

In passato i marzapani venivano confezionati e venduti in forma di piccoli pani. Molto probabilmente, con il passare del tempo, mutarono forma e dimensione, dando origine agli attuali ricciarelli. Infatti nei tanti documenti dove si ricorda il marzapane, si fa menzione anche di dolci più piccoli detti “marzapanetti”. E' opinione diffusa che costoro fossero proprio i progenitori dei “ricciarelli”, parola dall'etimologia sconosciuta il cui uso è documentato solo a partire dal 1800, quando compare in uno scritto del pistoiese Policarpo Petrocchi e nel “Dizionario Etimologico Italiano” di Carlo Battisti e Giovanni Alessio. Seguendo leggende e tradizioni popolari, sembra che il termine “ricciarello” si riferisse alla loro forma arricciata. Fu un senese, tale Ricciardetto Della Gherardesca che, tornato dalle crociate nel suo castello vicino a Volterra, introdusse per primo l'uso di questi dolci stranieri, arricciati come le babbucce dei Sultani . Pare inoltre che già a quei tempi fosse diffusa la pratica del “riciclo”, ovvero l'utilizzo dei dolci non consumati per la produzione dei nuovi. Evidentemente anche questa usanza, molto in voga oggi, fa parte della nostra storia!
Alla tradizione gastronomica senese appartengono, a buon diritto, anche altri dolci popolari, forse meno considerati rispetto ai più nobili panpepati e marzapani in quanto ritenuti più rustici e legati a certe usanze contadine, ma sempre vanto di una tradizione popolare antichissima.  
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